Zlin e le scarpe di Tomas Bata

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Il museo delle scarpe di Tomas Bata © Andrea Lessona

Il museo delle scarpe di Tomas Bata © Andrea Lessona

Dalla terrazza del grattacielo di Tomas Bata, guardo il cielo della Moravia portarsi via l’orizzonte di Zlin: sovrasta le colline verdi, graffiate dagli edifici di questa cittadina famosa nel mondo per le sue scarpe.

Qui tutto ruota intorno al palazzo di 16 piani, una volta il più alto della Repubblica Ceca. E’ il cuore dell’impero calzaturiero, costruito da Bata nel 1894: lo sviluppo dell’azienda corrispose per decenni a quello economico e urbanistico della città morava.

Poche migliaia di persone divennero centomila: tutte raccolte intorno a un simbolo di prosperità reale, per vivere una vita degna di essere vissuta in abitazioni confortevoli, scuole, centri culturali e la bellezza della natura come sfondo.

Per realizzare il suo sogno, l’imprenditore ceco chiamò a sé i più grandi architetti dell’epoca: Le Corbusier e Jan Kotera. Insoddisfatto dei progetti del primo, affidò a un discepolo del secondo la realizzazione della nuova città.

Così, František Gahura iniziò a disegnare e costruire la Zlin attuale: l’edificio principale fu naturalmente la fabbrica. Oggi si chiama Svit Corporation ed è un palazzo attraversato dall’ascensore-ufficio di Bata: dentro ci sono ancora i telefoni appoggiati alla vecchia scrivania, una cartina del mondo alle pareti, e lo spazio bagno.

Entrare nel suo studio verticale, col quale si muoveva tra i piani per essere sempre presente in ogni reparto, è come entrare nella storia di questo impero che vide il suo massimo splendore durante la Prima Guerra Mondiale.

L’ufficio ascensore di Tomas Bata © Shu Tomioka

La vendita all’esercito austroungarico di stivali fece incrementare gli affari della fabbrica che continuò a ingrandirsi e produrre ricchezza per il proprietario e per i suoi dipendenti. Tanto che quando Tomas Bata morì nel 1932 in un incidente aereo, la sua azienda era la più grande produttrice di calzature al mondo.

Nel 1938, il figlio intuì che la Moravia non poteva garantire un futuro al sogno del padre: e, con buona parte della forza lavoro, si trasferì in Canada. Da allora niente fu più come negli anni d’oro. Anche se Zlin continua a vivere di quel tempo andato.

Dalla caffetteria con i tavolini all’aperto, inseriti in un piccolo giardino zen, sulla terrazza del palazzo di Bata, guardo giù verso la piazza: di fronte c’è un magazzino per la vendita, l’Hotel Moskva e un cinema. Sono parte originale del progetto urbanistico disegnato da Gahura, così come Masarykovo náměstí, la scuola e una sala per concerti.

Intravedo appena l’edificio giallo, vicino alla fabbrica, dove prima ho scoperto il museo dedicato alle calzature. Nelle sue sale bianche, che riflettono una luce soffusa, sono custodite collezioni pregiate dal XVI secolo sino a oggi.

Arrivano da ogni parte del mondo: i calzari africani in pelle d’ippopotamo, le ciabatte nipponiche delle geishe, quelle particolari e deformanti cinesi. E poi: mocassini con fibbie in argento o oro, stivali da moschettiere, pantofoline ricamate, tutte provenienti dalla Vecchia Europa.

E poi ci sono loro, prodotte qui per decenni: quelle ceche che fecero di Zlin la capitale mondiale delle scarpe, e di Tomas Bata il simbolo di un’industria in cui umanità e profitto convivevano.

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